Quella volta che anche Zerocalcare mi ha preso per il culo

Ho fatto un sogno.

In questo sogno uscivo di casa e portavo, per prima cosa, il piumino a fiori rosa di mia madre in lavanderia.
Come esperienza in sè non è stata male, ma volevo di più. Così ho preso la macchina, sono arrivata fino al capolinea della metropolitana, sono salita sul mio vagone e dopo alcune fermate sono scesa. Non male, anche qui.
Ho girato per pochi minuti per le vie di Milano, fino ad imbattermi in una folla accaldata, accampata fuori da un piccolissimo negozio. Stani individui vegetavano sull’asfalto con aria rassegnata: tra di essi mi limiterò a citare una ragazza in bermuda con la Morte Nera tatuata sul braccio destro e una con i capelli fucsia e una Giratempo al collo.
Ho superato gli astanti con il passo leggero di Dante che lascia senza curarsi di loro le anime del Limbo e ho varcato la soglia del negozio. In un’afa da brodo primordiale, nel tremolio da Fata Morgana dell’atmosfera ho scorto scaffali straripanti di ogni sorta di fumetto e graphic novel, tutti intonsi, mai sfogliati, in quello stadio iniziale che hanno i libri, quando sai che li solleverai e, appena aperti, emetteranno quel piacevole scricchiolio del dorso di copertina vergine violato per la prima volta dalle avide dita del lettore (se siete dei freudiani convinti avete tutto il materiale che volete qui).
Ho proseguito il cammino. Una creatura mitologica, esile come una promessa elettorale, si ergeva dietro un bancone immacolato iniziando ai misteri dell’editoria una folla di adepti che pendevano dalle sue labbra. Ho avanzato ancora.
Mi sono state spalancate le porte di uno spazio angusto, un regno fatato dove mi sono inginocchiata davanti al sommo Maestro e gli ho rivolto le mie preghiere. Lui mi ha concesso i suoi auspici e ho potuto nutrirmi persino del cibo degli Dei.

Ma non si trattava di un sogno.

 

Insomma, ragà, sono andata alla Bao Boutique di Brera e ho intervistato Zerocalcare, nello stanzino sul retro, dove facevano almeno 40 gradi e non ci stavamo in tre in piedi, quindi sono dovuta stare in ginocchio a trascrivere l’intervista.  Alla fine mi hanno dato dei marshmallow, ho saltato tutta la fila e mi ha pure autografato la borsa “Accollofobia“.

E’ STATO IL GIORNO PIU’ BELLO DELLA MIA VITA PER SEMPRE.

 

Di seguito riporto fedelmente l’intervista, con una nota.
Quando si intervista una personalità solitamente la procedura è: intervista, registrazione, sbobinatura, messa a punto, pubblicazione. Io mi sono fermata alla sbobinatura.
Perchè?
Risposta ufficiale: perchè voglio darvi l’idea di come sia parlare davvero con Zerocalcare, quanto sia spontaneo, diretto e quanto impegno e affetto ci metta nel suo (faticoso) rapporto personale con i suoi lettori.
Risposta vera: perchè dovete rendervi conto di tutto il disagio che si concentra nella mia persona e perchè trovo che al naturale l’intervista sia divertentissima e anche molto istruttiva.

N.B.: l’intervista l’ho fatta assieme a Mattia (vedi https://psychoticnarcissism.wordpress.com/2014/04/06/siamo-andati-al-cartoomics-milano-2014-ma-questo-non-e-vice/), gli interventi in verde sono i miei, quelli rossi i suoi e quelli neri di Zerocalcare.

 

 

 

Pensi che riuscirai mai a rapportarti al successo in maniera non patologica?

[ride] No. No, ma perchè in realtà tutta la vita mia fino ad adesso e tutte le cose che ho fatto, le persone che ho frequentato, tutta la mia entità in realtà è in fortissima contraddizione con un sacco di aspetti legati al “successo”, “successo” sempre tra virgolette per quanto riguarda i fumetti… però comunque. Quindi in verità è una roba che, il momento in cui io mi ci rapportassi in maniera serena probabilmente avrei perso una parte dell’identità mia, è molto grave.

 

Immagino che adesso che hai un successo, perchè dobbiamo definirlo successo a questo punto, i tuoi lettori possono essere delle persone che sono lontane da, diciamolo tra virgolette, l’”ambiente” da cui vieni…le persone che fisicamente vengono a comprare i tuoi libri quando sei in giro ad illustrarli. Come ti relazioni con questa differenza di “contesto sociale”, tra virgolette molto grosse?

In realtà mi fa superpiacere, nel senso che in verità a me mi rassicura un sacco vedere che ci sono persone di estrazioni sociali, ma anche culturali, diverse, del fatto che ci sta sia la teppa del mio quartiere, sia il dottorando in fisica che lavora al CERN, a me è una cosa che mi fa proprio, mi piace… io ho una supersoggezione psicologica per esempio verso i laureati, quindi a me il fatto che un laureato si legga la mia roba mi emoziona proprio. E poi credo che in realtà comunque all’interno delle robe che faccio, una scrematura, perchè le persone che mi fanno veramente orrore non mi leggano, già c’è, quindi.

 

Come vivi il confronto con gli altri autori Bao, anche perchè fanno fumetti molto diversi dai tuoi, anche saghe che continuano, vedi “Saga“, come vivi questo confronto?

Ero molto contento di andare in Bao, perchè il catalogo Bao era il catalogo che io avrei voluto comprare, quindi di stare nella stessa casa editrice di “Saga”, di Brian Vaughan, eccetera, è una roba che mi piace un sacco, mi fa sentire superlusingato. E ovviamente non penso manco di giocare nello stesso campionato, figuriamoci. Però invece il rapporto con gli autori, quelli diciamo più giovani, e che magari vengono alle fiere come Simeone, Madrigal, eccetera, invece è un rapporto superbello nel senso che sono persone che mi piacciono un sacco, mi piace andarci a prendere la pizza insieme, dopo le fiere, e c’è anche uno scambio, leggiamo, io sto leggendo il nuovo di Madrigal, lui ha letto le pagine del mio nuovo, insomma anche di consigli reciproci, è una cosa molto bella, secondo me.

 

Però tu in realtà hai un merito, rispetto alla Bao, che è quello di aver avvicinato alla casa editrice comunque un sacco di lettori che non leggevano nient’altro oltre a Zerocalcare, quindi c’è un merito…

Dici? Io non lo so…

 

Sì, conosco tante persone che non hanno mai letto niente del genere e dopo aver letto te si sono avvicinati anche ad altri fumetti, altre pubblicazioni della Bao perchè…

Di solito a me viene imputato il contrario, nel senso, quello che mi viene imputato dai più grossi critici miei è che la gente mia si compra soltanto roba mia, non si legge altri fumetti e in più produco troppa roba e quindi tolgo, diciamo, la possibilità ad altri di essere letti. Questo è quello che mi viene imputato: se tu dici il contrario io sono molto contento.

 

No, no, io dico il contrario, perchè conosco un po’ di persone che hanno cominciato a leggere tante altre storie e tante altre pubblicazioni della Bao dopo aver scoperto te.

Ok, meno male, guarda.

 

Che hanno rubato i miei preziosi volumi autografati col sangue.

[ride]

 

Qual’è la graphic novel Bao che ti piace di più? Puoi dire anche le tue.

[ride] La graphic novel che mi piace di più è, penso, “I kill giants” che è una roba di cui mi sono innamorato…

 

Anche noi. Com’è stato illustrare la copertina per “I kill giants”?

Un superonore per me, ma io quando mi fanno fare cose così e eccetera, io sono superonorato, pure perchè lo faccio per cose che mi piacciono.

 

Ultimamente sei stato spesso “abbinato”, nel senso, citato insieme, chiamato insieme, a Leo Ortolani; che tipo di rapporto hai con lui e con il suo Rat-man, se ne hai uno?

Sono un lettore di Rat-man da quando sono piccolo, nel senso, da quando è cominciato Rat-man l’ho sempre letto, lo continuo a leggere con superpiacere. Il rapporto…non ci vediamo mai in realtà, ci vediamo superraramente, però quando ci vediamo sono sempre molto contento di beccarlo; e penso che lui con Rat-man ha fatto tutto un lavoro anche supercoraggioso di trasformarlo in una cosa che non sono soltanto battute eccetera, ma di trasformarlo anche in una saga articolata, complessa, che secondo me gli viene riconosciuto troppo poco di solito, quando uno pensa a Leo Ortolani.

 

Che consiglio daresti ad un aspirante Zerocalcare, non solo nel senso un’aspirante fumettista ma un’aspirante fumettista che prenda il mondo del fumetto come lo prendi te,cioè magari attraverso il blog, piuttosto che…? A me sembra che tu viva molto con la gente che compra i tuoi fumetti e legge le tue cose, hai un rapporto molto stretto con i tuoi lettori, cioè io ti vedo stare fino alle tre di notte ad autografare sti maledetti volumi, non tutti lo fanno.

I miei amici non si leggono roba mia, nel senso che, per dirti, non so neanche se Secco si è mai letto un libro, eccetera. E vengo da un ambiente in cui al massimo, nel senso, vengo richiesto per le locandine o per le cose, non tanto per i fumetti e eccetera. E il rapporto con i lettori è nelle fiere, alle presentazioni e eccetera. Consigli, non so, io a parte che c’ho tatuato “I fumetti ti spezzeranno il cuore” [mostra l’avambraccio] ed è la cosa che Jack Kirby disse ad un ragazzino che gli chiese “Cosa bisogna fare per avere successo nei fumetti?” e lui rispose “Non fare fumetti, i fumetti ti spezzeranno il cuore” e secondo me è molto valido in generale come consiglio.

 

Quindi il tuo consiglio è non fare fumetti.

No, il mio consiglio è di farli…non lo so, chi vuole usare per esempio un blog eccetera di non avere paura di fare i fumetti in rete, di non avere paura che qualcuno te li rubi, che qualcuno te li copi, che qualcuno ti rubi le idee. Cioè, le cose che fai per te stesso è giusto che tu le faccia, le diffonda, anche gratis, le cose che fai per gli editori no. Mentre invece spesso si fa il contrario, uno non fa le cose da solo.

 

Ma, l’impegno quello che dai anche che metti in eventi come questi…

Ce la stiamo inventando, se non si era notato, l’intervista.

…l’impegno che metti anche in eventi come questi, stare così tanto tempo, dedicarlo a fare le dediche, le firme…l’unico altro autore che mi viene in mente è Leo Ortolani. Perchè ti sottoponi a queste cose, che per noi sono…

Bellissime.

…eventi incredibili?

Però, per dirti, tu studi?

 

Sì.

Eh, nel senso, quando lavori, tu, se vai a lavorare, fai otto ore di lavoro in ufficio e magari c’hai un’ora di pausa pranzo, però comunque ti porti a casa otto ore di lavoro. C’è questa idea che il fumettista se sta otto ore qua è una roba cinese, però in verità il lavoro è questo. Nel senso, non so come dire, io ho lavorato in aeroporto e là stavo in aeroporto undici ore perchè poi c’avevo una pausa di tre ore al centro, in confronto sta roba per me è molto meglio, insomma. Quindi a me non mi sembra così assurdo come cosa. Io ho fatto una volta quattro ore di fila in Francia per un autore che quando era arrivato il mio turno m’ha detto “Io sono stanco, me ne vado”, io lo volevo ammazzare. Non vorrei mai essere quel ruolo lì, insomma, quindi è così.

 

Ma questo in Italia si risolve perchè noi non facciamo le file, tutte le file che abbiamo fatto noi eravamo di fianco a te, quindi mangiavamo i cioccolatini che ti portavano.

[ride]

 

 

 

E qui finisce la parte che avrebbe potuto interessarvi, se non l’avessi rovinata con tediosissime spiegazioni troppo prolisse.

Ma non si spiegherebbe il titolo, nè il perchè io abbia inserito questa immagine:

Immagines

che è un mio personalissimo riassunto dell’ultimo film di Godzilla.

E’ stato infatti alla fine della suddetta intervista che, storditi dal caldo e dall’effetto allucinogeno dei marshmallow, siamo finiti a parlare degli ultimi film usciti al cinema (a titolo informativo, a Zerocalcare è piaciuto l’ultimo film degli X-men) e che io ho ho fatto scoppiare a ridere il Sommo confessandogli di aver pianto durante Godzilla (giuro).

Così si è concluso il mio pellegrinaggio, ma ancora nelle orecchie mi risuonano le sue parole di mistica speranza.

 

Beh, c’hai dei problemi di sensibilità allora.
[cit. Zerocalcare, 2014]

 

 

29 maggio 2014

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